Ringrazio
anzitutto i promotori di questo incontro
e, in particolare, il carissimo amico Paolo Anselmo che mi ha quasi
costretto ad accettare l’invito offrendomi così la possibilità di poter esporre
qualche breve considerazione in merito a questo vasto tema di natura ecologica
(da oikos = casa; e logos =discorso)
In
rapporto ad esso mi è venuto alla memoria un versetto, breve e lapidario, del libro
biblico della Genesi: “Dio pose l’uomo nel giardino di Eden perché
lo coltivasse e lo custodisse” (2,15). I due verbi - coltivare e custodire – definiscono le coordinate delle responsabilità che
ciascuno di noi ha nei confronti del creato. Di seguito, alcuni brevi rilievi
sull’uno e sull’altro.
1. COLTIVARE
Il
compito di coltivare (arare, bonificare, seminare, ecc) va letto alla luce di altri quattro verbi che troviamo nel
primo capitolo del medesimo libro biblico ove leggiamo che Dio benedì l’uomo e
la donna dicendo: “Siate fecondi / moltiplicatevi / riempite la terra / soggiogatela”
(1,28).
I
quattro imperativi trovano concretezza nel lavoro che, come affermava Giovanni
Paolo II, è “una fondamentale dimensione dell’esistenza umana sulla terra“ (Laborem exerces, n. 4) e che suppone
uno specifico dominio dell’uomo non solo sul pianeta che abitiamo ma sull’intero
universo, entrato ormai nel raggio d’azione della ricerca umana.
Il verbo “coltivare” merita,
soprattutto qui ad Assisi, Vita
seconda di s. Francesco scritta da Tommaso da Celano tra il 1246/47, è
riportato infatti – e non una sola volta – il curioso consiglio che Francesco
dava ai suoi fratelli (frati) addetti ai lavori agricoli: coltivate pure gli
orti dei conventi, ma ricordatevi di lasciare almeno uno spazio incolto perché
possano nascervi spontaneamente fiori, erbe
e piante varie. una particolare sottolineatura. Nella celebre
Francesco chiedeva loro, in sostanza, di rinunciare a coltivale
l’intera superficie dei piccoli terreni da cui traevano magri prodotti
commestibili, per lasciare spazio a “cose inutili”, come potrebbero sembrare
fiori, piante selvatiche ecc. Insomma, a rischio di sembrare folle in tempi
sempre minacciati dalla fame, egli si preoccupava della salvaguardia e della
bellezza del creato, anticipando così di molti secoli la celeberrima
espressione del grande Dostoevsky: “L’umanità può vivere senza scienza e senza
pane, ma senza la bellezza no, perché al mondo non ci sarebbe più niente da
fare”.
2. CUSTODIRE
Questo
secondo verbo del nostro versetto biblico indica cura, protezione,
preservazione del creato: compiti che ciascuno di noi è chiamato a realizzare
superando la tentazione di interessi particolari. “Senza la terra noi siamo niente”,
scrive il monaco Enzo Bianchi per affermare che tutte le realtà che la terra produce
e che di essa vivono non sono semplici “cose” a noi estranee, ma parti
integranti della nostra vita, e non solo materiale.
Sono
anzi il nostro “prossimo inanimato”: da custodire perché anch’esso entrerà nel
“giorno senza tramonto”; come lascia intuire, leggendolo in filigrana, un
sorprendente brano della lettera di Paolo ai Romani: “La creazione stessa
attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio (…) e nutre la speranza
di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella
gloria dei figli di Dio”. (8,19-21)
L’uomo
è tanto legato al cosmo da non potersi pensare senza di esso, e il cosmo, nella
risurrezione, troverà il suo più alto significato e compimento. E del resto:
privo di piante, fiori, animali spiagge, montagne ecc. che mondo risorto
sarebbe? Da eccelso teologo qual era, Tommaso d’Aquino immaginava una certa
“spiritualizzazione” della materia, di tutta la materia uscita dalla mani del
Creatore”. E così, contrariamente a quanto affermava il Mefistofile di Goethe -
“tutto ciò che nasce è destinato a
scomparire; perciò sarebbe meglio se non nascesse nulla” - la fede
cristiana ci insegna che tutto ciò che esiste è degno di essere, e per sempre,
perché plasmato da Dio. Egli ne è il
Creatore e anche il Redentore.
2/1- In senso negativo, però, il verbo
“custodire” comporta l’astensione da
ogni forma di violenza. “Non uccidete il mare, / la libellula, il vento. / Non
soffocate il canto del pino. /
Anche di questo è fatto / l’uomo. E chi per profitto vile / fulmina un pesce,
un fiume, / non fatelo cavaliere del lavoro. / L’amore finisce dove finisce l’erba
/ e l’acqua muore. … / Come potrebbe tornare a essere bella / scomparso l’uomo,
la terra?”, scriveva il poeta livornese Giorgio Caproni.
Sono invece
sotto gli occhi di tutti gli immani scempi ambientali avallati spesso
dall’inerzia o dalla connivenza di chi dovrebbe vigilare. Il rigoglioso
giardino donatoci da Dio subisce giorno dopo giorno la violenza di chi sta
trasformandolo in una immensa distesa di
macerie e di sporcizia. Calpestiamo, imbrattiamo, devastiamo come vandali e
spesso in modo irreversibile se è vero, come qualcuno ha rilevato, che se Cristoforo Colombo avesse gettato una
bottiglia di plastica in mare, quella bottiglia continuerebbe ancora a galleggiare
e inquinare.
Lo scorso 14
marzo milioni di studenti di tutto il mondo hanno ricordato, ai politici
soprattutto, la necessità di agire con rapidità e decisione per contrastare i
cambiamenti climatici prodotti dall’inquinamento. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità nove
persone su dieci respirano oggi aria inquinata che, a sua volta, provoca sette
milioni di decessi ogni anno. Sappiamo inoltre che le tonnellate di plastica
prodotte annualmente a milioni, hanno formato negli oceani “sole di plastica”
di oltre 16 milioni di chilometri quadrati (una superficie inferiore solo al
territorio della Russia).E tutti abbiamo negli occhi le drammatiche immagini
televisive di enormi cetacei spiaggiati per aver ingerito chili e chili di materiale plastico.
Una volta era l’uomo che doveva aver
paura dell’ambiente; oggi è l’ambiente che deve temere l’invadenza e la
prepotenza dell’uomo. Perfino questa bella Umbria , regione ricca d’arte e di spiritualità, è
divenuta pericolosa come ha scritto una giornalista di Famiglia cristiana: “Se io
fossi un cane o un gatto mi terrei alla larga dall’Umbria; pare infatti
essere la regione italiana a più alta
percentuale di avvelenatori di cani e
gatti.”
Ebbene,
nonostante questa preoccupante realtà, la maggior parte della gente si comporta come i passeggeri del
celebre Titanic nella tragica notte dell’aprile 1912. Nel culmine di
festeggiamenti per il viaggio inaugurale, il lussuoso transatlantico,
squarciato per la collisione con un imprevisto iceberg, andava a fondo.
Possiamo pertanto qualificare il Titanic metafora del nostro pianeta,
considerato ormai agonizzante da non pochi scienziati.
Merita
allora ricordare il folgorante aforisma di uno sciamano pellerossa: “Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto; / l’ultimo fiume avvelenato;
/ l’ultimo pesce pescato / ci accorgeremo che il denaro non si può mangiare. /
E che morremo di fame
2/2
– Positivamente, poi, il verbo custodire comporta
l’attivazione di relazioni amichevole con l’ambiente. “Io sono me stesso più il
mio ambiente. Se non preservo quest’ultimo, non preservo nemmeno me stesso”,
scriveva il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset. “E’ pertanto necessario –
afferma papa Francesco - assumere uno stile
di vita profetico e contemplativo, capace di gioire senza essere ossessionati
dal consumo”(Laudato si’, 222)
Tralasciando
ulteriori considerazioni, vorrei concluderei con un gradevole apologo che,
almeno per me, è di origine ignota, e con una poetica citazione.
“ Da giovane, quand’ero un rivoluzionario
pregavo dicendo: Signore, dammi la forza di cambiare il mondo. Raggiunta la
mezza età, e vedendo che il mondo non era cambiato, dicevo: Signore, dammi a
forza di cambiare il mio villaggio. Ora che sono anziano dico semplicemente:
Signore, fammi almeno la grazia di cambiare me stesso”.
Questa
è la preghiera che potremmo formulare, alla luce di quanto abbiamo detto e
della densa riflessione del poeta inglese John Donne: “Nessun uomo è un’isola,
completo in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del
tutto. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte
dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana. Suona anche
per te”.
Grazie per il paziente ascolto.
peri.vittorio@gmail.com
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