venerdì 24 maggio 2019

Ama la terra come te stesso - Assisi - trascrizione dell'intervento di Gianna De Masi, direttivo del Controsservatorio Valsusa (non rivista dall'autore)


Il percorso di aggressione ambientale al pianeta è elemento di discordia e conflitto che allontana la convivenza civile e pacifica là dove pace non va intesa solo come pura assenza di guerra.
Vorrei tentare di porre in evidenza le interconnessioni tra la questione ambientale e almeno  4 macroambiti: la questione sociale, i motivi di conflitto, il debito ecologico, la migrazione
Grammenos Mastrojeni, diplomatico italiano anticipatore negli anni novanta dell’incompreso legame fra tutela dell’ambiente, coesione umana, pace e sicurezza, con un azzeccato gioco di parole sintetizza questo legame:
Dall'effetto serra all'effetto guerra: Perché i cambiamenti climatici acuiscono il divario fra ricchi e poveri e anche perché sono più intensi proprio lì dove ecosistemi fragili si sovrappongono società fragili.
La quasi completa sovrapponibilità tra questione sociale e questione ambientale costituisce una chiave di lettura della nostra società e del modello sulla base del quale si è sviluppata e intende continuare a svilupparsi; un modello di società disegnato sulle esigenze dei più forti, di coloro che stanno meglio ricacciando e lasciando indietro i più deboli, ipotizzando di poter portare avanti all’infinito il debito ecologico che tutti abbiamo nei confronti della terra e di quello che come paesi ricchi abbiamo nei confronti dei paesi poveri.
Mentre nel nostro territorio stesso si consolidano le differenze, e perfino nella stesa città si disegnano distanze siderali in merito alla qualità e alla durata della vita tra abitanti delle zone “bene” e le periferie:lo studio di Giuseppe Costa, epidemiologo dell’università di Torino, attesta un divario di quasi 4 anni di aspettativa di vita tra gli abitanti di un’area collinare e quelli di un’area periferica. Due zone collegate da una linea tranviaria lungo la quale ad ogni fermata, dal centro verso la periferia, “scendono” per così dire 5 mesi di aspettativa di vita,
Il che va a confermare appunto la quasi completa sovrapponibilità tra questione sociale e questione ambientale, tema che purtroppo è a lungo sfuggito alle maglie di certo ambientalismo italiano, specie quello incardinato nei meccanismi della politica, che è rifuggito da battaglie sociali fondamentali autolimitandosi in una più rassicurante dimensione “esclusivamente” ambientale. Ma nella questione ambientale non vi è nulla di esclusivo, tutto è intrecciato e interdipendente.
Come dimostra la resistenza del popolo no tav: si tratta di una resistenza con obiettivi universali sebbene inserita e radicata  in uno specifico territorio.
Apro qui una riflessione pescando a piene mani in quanto ci ha detto Tomaso Montanari nell’incontro organizzato a Torino, occasione in cui ha sottolineato come la Valsusa sia esemplare in tema di comunità in relazione al territorio; relazione che è esplicitata nella Costituzione. Ci ha ricordato come Florestano De Fausto, unico architetto deputato alla Costituente, avesse sottolineato che non padroni siamo, ma depositari e consegnatari responsabili del territorio. Il che costituisce un’idea diametralmente opposta ai concetti fondamentali sottesi alle Grandi Opere. “Padroni in casa propria”  è stato lo slogan sia della  legge obiettivo sia dello ”sblocca Italia” di Renzi.
Essere padroni significa poter disporre del territorio ed è idea opposta a quella di custodia del territorio o, come dice il Papa dal punto di vista cristiano, “del Creato”.
Altra sovrapponibilità è quella tra questione ambientale e quadro dei conflitti che si può grossolanamente articolare in 3 filoni da ricondurre poi alla cornice comune delle spese militari
Ne cito due, che stanno contendendo al petrolio il primato nelle motivazioni scatenanti per i conflitti
              1)Terra: land grabbing         2)acqua                                  
                                                                                             

LAND GRABBING

Marco Ciampo in “Pianeta Guerra”, un testo del 2002 ma purtroppo ancora attuale,
ci fa notare come non tutta la terra sia abitabile, perché la terra utile alla vita è poca. Bastava più o meno bene, prima dell’esplosione demografica avvenuta dalla metà del XX secolo. Ma il colossale mutamento del clima ha prodotto scarsità d’acqua e l’avanzamento delle zone desertiche
Se si osserva la carta del mondo cercando le aree di crisi, la fame di terra corrisponde alla fame vera e propria e le zone di queste crisi coincidono anche con quelle della violenza, dello sfruttamento e sovente delle dittature (ibidem)

88 milioni di ettari di terra fertile nel mondo in 18 anni sono stati accaparrati da Stati, gruppi e aziende multinazionali, società finanziarie e immobiliari internazionali. Questo fenomeno si chiama: Land Grabbing.
Il dato è tratto dal primo rapporto annuale “I padroni della Terra”, redatto da FOCSIV, in collaborazione con Coldiretti, che affronta la questione su chi siano, in generale, i  soggetti che stanno acquisendo sempre più terre coltivabili sul nostro Pianeta e chi ne abbia il controllo, diventando di fatto i veri padroni della Terra. Presupposto dell’intero Rapporto è la consapevolezza che la terra, soprattutto quella fertile e l’acqua salubre, sono risorse limitate che si stanno esaurendo, in un mercato globale che tutto fagocita. La prima edizione è dedicata al fenomeno del land grabbing e alle sue ripercussioni in termini di conflitti, espulsioni, migrazioni, depauperamento dell’ambiente e la scomparsa delle biodiversità.
Non abbiamo qui il tempo di analizzare a fondo il rapporto ma vi vi invito a consultarlo sul sito di Focsiv



ACQUA
Nel prossimo decennio, secondo numerosi rapporti delle più autorevoli Organizzazioni Internazionali e dei centri di ricerca, la causa più probabile dello scoppio di un conflitto tra Stati sarà il controllo dell’acqua
Come attestava già nel 2014 la rivista italiana di intelligence Gnosis, che fa capo all’agenzia nazionale per la sicurezza, in un articolo sulla geopolitica dell’acqua e gli equilibri internazionali, i cambiamenti ambientali nel corso dei prossimi decenni potrebbero modificare significativamente la geografia umana e, di conseguenza, la geopolitica. Le ondate migratorie avrebbero in questo caso riflessi sulla sicurezza, aumentando indirettamente i rischi di conflitti violenti sotto forma di guerra civile, violenza inter-gruppo e proteste violente, esacerbando i driver più noti di questi conflitti, come la povertà e la crisi economica
E’ già ben presente l’allarme per la minaccia di una migrazione planetaria massiccia dovuta alla penuria d’acqua, che potrebbe arrivare ad interessare un miliardo di persone nel prossimo ventennio.

MIGRANTI
E veniamo dunque a questo ulteriore tema così interconnesso con la questione ambientale e strumentalmente trattato specie dall’attuale governo come questione di sicurezza

La II° edizione del dossier pubblicato dall’Associazione A Sud e dal Centro Documentazione Conflitti Ambientali pone bene in evidenza la dimensione paradossale di questa spesso sottaciuta interconnessione. E da questo dossier traggo le considerazioni che seguono


Crisi ambientali e migrazioni sono entrambe, in questa epoca storica, tematiche di grande rilevanza.
Ma, a parte aver innalzato all’onore delle prime pagine la questione dei cambiamenti climatici a fronte della recente manifestazione mondiale, abitualmente alle crisi ambientali si dedicano pagine di cronaca in occasione di eventi calamitosi in seguito ai quali tutti si affrettano a denunciare la fragilità del territorio, salvo poi tornare, per così dire, all’ordinaria amministrazione
Dallʼaltro lato, ai migranti è invece riservato un posto di rilievo nelle preoccupazioni della classe politica e nelle narrazioni giornalistiche, con un approccio miope e criminalizzante e vincolato al. “rischio percepito” dalla popolazione, creato ad arte dai partiti nazionalisti che ormai ovunque fanno incetta di voti giocando sulla paura. Sforziamoci di ragionare sulle cause delle ondate migratorie della nostra epoca. Guerre, certo. Povertà economica. Ma alla base della necessità di abbandonare le proprie terre ci sono sempre più spesso il degrado dellʼambiente e la distruzione delle economie locali dovuti allʼestrazione delle risorse, alla contaminazione, agli effetti devastanti del riscaldamento globale. E spesso sono proprio i Paesi di arrivo che negano con le proprie politiche di accoglienza i diritti dei migranti ad essere sede di grandi imprese coinvolte in progetti estrattivi, produttivi o infrastrutturali che contribuiscono alla distruzione dei territori da cui la popolazione è forzata a fuggire: questa osservazione ci riporta al concetto di quel debito ecologico tanto spesso ignorato e mai “conteggiato” da chi pone avanti a tutto la questione della spesa. Una spesa per altro che, al contrario di quella per gli armamenti, decresce.
Si fa un gran parlare di sicurezza, un termine ricorrente con una assillante ripetitività quotidiana che fabbrica consenso e apre le porte a provvedimenti incivili e preoccupanti come il decreto sicurezza e la legge sulla legittime difesa, che a sua volta fa da prerequisito a una maggior diffusione delle armi. E, come ebbe a scrivere già molti anni fa Furio Colombo come corrispondente dagli Stati Uniti, nazione maestra in tema di facile accessibilità e di diffusione di armi tra i privati cittadini : Chi ha un’arma prima o poi la usa.
Si disegna dunque un quadro diametralmente opposto al rafforzamento della sicurezza ma se mai ispirato a un senso diffuso di paura e insicurezza.


DEBITO ECOLOGICO
Lo squilibrio nord/sud ha ovviamente diritto di cittadinanza anche tra i motivi di conflitto, ma merita qui qualche riflessione, sebbene rapida e necessariamente superficiale, sotto la lente specifica del debito ecologico. In buona sostanza la domanda di fondo è Chi deve a chi?
A quanto ammonta il debito contratto dai paesi industrializzati verso gli altri paesi a causa dello sfruttamento passato e presente delle risorse naturali, a causa dei danni ambientali provocati, a causa del libero utilizzo dello spazio globale per depositare rifiuti, spesso illegalmente e lungi da ogni correttezza nello smaltimento, e ancora a causa delle deforestazioni, delle estrazioni, dell’estinzione di specie viventi, ecc?
Come non vedere l’ennesima stretta interconnessione tra questione ambientale e migrazione come abbiamo avuto modo di sottolineare poc’anzi

SPESE MILITARI
E in questo quadro di esigenze  legate alla tutela ambientale, alla riduzione del divario nella qualità della vita, all’incremento dell’accessibilità ai diritti umani, come ad esempio l’accessibilità all’acqua, la risposta dei governi è quella che attesta l’Istituto Internazionale di Stoccolma per le Ricerche sulla Pace (Sipri): e cioè  la crescita della spesa mondiale per gli armamenti.
E l’Italia non è estranea a questa tendenza
25 miliardi di euro nel 2018 (1,4% del PIL), un aumento del 4% rispetto al 2017 che rafforza la tendenza di crescita avviata dal governo Renzi (+8,6 % rispetto al 2015) e che riprende la dinamica incrementale delle ultime tre legislature (+25,8% dal 2006) precedente la crisi del 2008.
La fonte è Milex, osservatorio sulle spese militari italiane.
E preoccupano anche le spese per così dire nascoste, visto che il Ministero per lo sviluppo Economico concorre alla spesa militare avendo imputato al proprio bilancio  3,5 miliardi per contribuire all’acquisto di nuovi armamenti; voce in crescita nelle ultime tre legislature.

CONCLUSIONI
Chiudo tornando alla Valsusa per tentare di ricongiungere considerazioni relative a una dimensione planetaria alla realtà quotidiana di resistenza con l’intento di dimostrare come i meccanismi di interconnessione che ho cercato di esporre possano essere declinati anche su scale spaziali diverse.
I temi che ho toccato, certamente a volo d’uccello, riguardano questioni di giustizia e di democrazia di cui spesso, in diverse realtà del pianeta, si fanno carico i movimenti, dal basso, diffondendo informazione, consapevolezza e partecipazione. Che è esattamente ciò che succede in Valsusa e nei suoi presidi. Ricordo che il Controsservatorio che qui rappresento è parte integrante di questa pratica dal basso che si è manifestata anche nella realizzazione della sessione del Tribunale Permanente dei Popoli
Il movimento no tav ha in sé questa specificità: si tratta non solo di una lotta contro un treno, per altro inutile e devastante, ma l’azione per un modello di società in cui pace e ambiente vivano e respirino
E’ un movimento che si oppone a che una valle venga trasformata in un corridoio di passaggio delle merci, perché nei corridoi, che per altro la nuova architettura ha da tempo superato, non si vive, non ci si incontra, non si socializza: al massimo ci si appende il cappotto o si lascia l’ombrello grondante.
E’ doveroso chiedersi se nelle esternalità vengano mai conteggiati i danni alle relazioni, i danni sociali derivati dalla militarizzazione della valle
La pace vive nel mondo dei diritti e dell’accoglienza: ci si occupa con pervicacia e tramite un’informazione di parte e fraudolenta della libera circolazione delle merci, ma con altrettanta pervicacia e fraudolenza si innalzano muri reali o ideali che siano per fermare gli uomini
Ho cercato in conclusione di evidenziare come le interconnessioni che ho tratteggiato stiano tutte sotto il grande concetto in base al quale declinare la parola pace intesa non, o almeno non solo, come pura assenza di guerra bensì anche come espressione di una dimensione che possiamo definire “ecologica”: un’ecologia delle relazioni, dell’ambiente, dell’economia, dei diritti e della democrazia in nome di una spiritualità che va al di là delle scelte di fede.
Chiudo con la citazione della facola del colibrì che viene spesso citata dal premio nobel Wangari Maathai. 






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