venerdì 24 maggio 2019

Ama la terra come te stesso - Assisi - trascrizione dell'intervento di mons. Vittorio Peri (non rivista dall'autore)



     Ringrazio anzitutto i promotori di questo incontro  e, in particolare, il carissimo amico Paolo Anselmo che mi ha quasi costretto ad accettare l’invito offrendomi così la possibilità di poter esporre qualche breve considerazione in merito a questo vasto tema di natura ecologica (da oikos = casa; e logos =discorso)
     In rapporto ad esso mi è venuto alla memoria un esto celebre versetto, breve e lapidario, del libro biblico della Genesi: “Dio pose l’uomo nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse” (2,15). I due verbi - coltivare e custodire – definiscono le coordinate delle responsabilità che ciascuno di noi ha nei confronti del creato. Di seguito, alcuni brevi rilievi sull’uno e sull’altro. 
1.     COLTIVARE

     Il compito di coltivare (arare, bonificare, seminare, ecc) va letto alla luce di altri quattro verbi che troviamo nel primo capitolo del medesimo libro biblico ove leggiamo che Dio benedì l’uomo e la donna dicendo: “Siate fecondi / moltiplicatevi / riempite la terra / soggiogatela” (1,28).
     I quattro imperativi trovano concretezza nel lavoro che, come affermava Giovanni Paolo II, è “una fondamentale dimensione dell’esistenza umana sulla terra“ (Laborem exerces,  n. 4) e che suppone uno specifico dominio dell’uomo non solo sul pianeta che abitiamo ma sull’intero universo, entrato ormai nel raggio d’azione della ricerca umana.   
     Il verbo “coltivare” merita, soprattutto qui ad Assisi, ui in Assisi una particolare sottolineatura. Nella celebre  Vita seconda di s. Francesco scritta da Tommaso da Celano tra il 1246/47, è riportato infatti – e non una sola volta – il curioso consiglio che Francesco dava ai suoi fratelli (frati) addetti ai lavori agricoli: coltivate pure gli orti dei conventi, ma ricordatevi di lasciare almeno uno spazio incolto perché possano nascervi spontaneamente fiori, erbe  e piante varie.
     Francesco chiedeva loro, in sostanza, di rinunciare a coltivale l’intera superficie dei piccoli terreni da cui traevano magri prodotti commestibili, per lasciare spazio a “cose inutili”, come potrebbero sembrare fiori, piante selvatiche ecc. Insomma, a rischio di sembrare folle in tempi sempre minacciati dalla fame, egli si preoccupava della salvaguardia e della bellezza del creato, anticipando così di molti secoli la celeberrima espressione del grande Dostoevsky: “L’umanità può vivere senza scienza e senza pane, ma senza la bellezza no, perché al mondo non ci sarebbe più niente da fare”.
2.     CUSTODIRE
         Questo secondo verbo del nostro versetto biblico indica cura, protezione, preservazione del creato: compiti che ciascuno di noi è chiamato a realizzare superando la tentazione di interessi particolari. “Senza la terra noi siamo niente”, scrive il monaco Enzo Bianchi per affermare che tutte le realtà che la terra produce e che di essa vivono non sono semplici “cose” a noi estranee, ma parti integranti della nostra vita, e non solo materiale.
         Sono anzi il nostro “prossimo inanimato”: da custodire perché anch’esso entrerà nel “giorno senza tramonto”; come lascia intuire, leggendolo in filigrana, un sorprendente brano della lettera di Paolo ai Romani: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio (…) e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloria dei figli di Dio”. (8,19-21)
         L’uomo è tanto legato al cosmo da non potersi pensare senza di esso, e il cosmo, nella risurrezione, troverà il suo più alto significato e compimento. E del resto: privo di piante, fiori, animali spiagge, montagne ecc. che mondo risorto sarebbe? Da eccelso teologo qual era, Tommaso d’Aquino immaginava una certa “spiritualizzazione” della materia, di tutta la materia uscita dalla mani del Creatore”. E così, contrariamente a quanto affermava il Mefistofile di Goethe - “tutto ciò che nasce è destinato a scomparire; perciò sarebbe meglio se non nascesse nulla” - la fede cristiana ci insegna che tutto ciò che esiste è degno di essere, e per sempre, perché plasmato da Dio. Egli ne è il  Creatore e anche il Redentore.
         2/1- In senso negativo, però, il verbo “custodire” comporta l’astensione da ogni forma di violenza. “Non uccidete il mare, / la libellula, il vento. / Non soffocate il canto del pino. / Anche di questo è fatto / l’uomo. E chi per profitto vile / fulmina un pesce, un fiume, / non fatelo cavaliere del lavoro. / L’amore finisce dove finisce l’erba / e l’acqua muore. … / Come potrebbe tornare a essere bella / scomparso l’uomo, la terra?”, scriveva il poeta livornese Giorgio Caproni.
         Sono invece sotto gli occhi di tutti gli immani scempi ambientali avallati spesso dall’inerzia o dalla connivenza di chi dovrebbe vigilare. Il rigoglioso giardino donatoci da Dio subisce giorno dopo giorno la violenza di chi sta trasformandolo  in una immensa distesa di macerie e di sporcizia. Calpestiamo, imbrattiamo, devastiamo come vandali e spesso in modo irreversibile se è vero, come qualcuno ha rilevato,  che se Cristoforo Colombo avesse gettato una bottiglia di plastica in mare, quella bottiglia continuerebbe ancora a galleggiare e inquinare.
         Lo scorso 14 marzo milioni di studenti di tutto il mondo hanno ricordato, ai politici soprattutto, la necessità di agire con rapidità e decisione per contrastare i cambiamenti climatici prodotti dall’inquinamento. Secondo  l’Organizzazione mondiale della sanità nove persone su dieci respirano oggi aria inquinata che, a sua volta, provoca sette milioni di decessi ogni anno. Sappiamo inoltre che le tonnellate di plastica prodotte annualmente a milioni, hanno formato negli oceani “sole di plastica” di oltre 16 milioni di chilometri quadrati (una superficie inferiore solo al territorio della Russia).E tutti abbiamo negli occhi le drammatiche immagini televisive di enormi cetacei spiaggiati per aver ingerito chili e chili  di materiale plastico.
         Una volta era l’uomo che doveva aver paura dell’ambiente; oggi è l’ambiente che deve temere l’invadenza e la prepotenza dell’uomo. Perfino questa bella Umbriauesto conveg, regione ricca d’arte e di spiritualità, è divenuta pericolosa come ha scritto una giornalista di Famiglia cristiana: “Se io fossi un cane o un gatto mi terrei alla larga dall’Umbria; pare infatti essere  la regione italiana a più alta percentuale  di avvelenatori di cani e gatti.”
         Ebbene, nonostante questa preoccupante realtà, la maggior parte della gente si uasi) comporta come i passeggeri del celebre Titanic nella tragica notte dell’aprile 1912. Nel culmine di festeggiamenti per il viaggio inaugurale, il lussuoso transatlantico, squarciato per la collisione con un imprevisto iceberg, andava a fondo. Possiamo pertanto qualificare il Titanic metafora del nostro pianeta, considerato ormai agonizzante da non pochi scienziati.
         Merita allora ricordare il folgorante aforisma di uno sciamano pellerossa:  “Quando l’ultimo albero sarà  stato abbattuto; / l’ultimo fiume avvelenato; / l’ultimo pesce pescato / ci accorgeremo che il denaro non si può mangiare. / E che morremo di fame
         2/2 – Positivamente, poi, il verbo custodire comporta l’attivazione di relazioni amichevole con l’ambiente. “Io sono me stesso più il mio ambiente. Se non preservo quest’ultimo, non preservo nemmeno me stesso”, scriveva il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset. “E’ pertanto necessario – afferma papa Francesco -  assumere uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire senza essere ossessionati dal consumo”(Laudato si’, 222)

         Tralasciando ulteriori considerazioni, vorrei concluderei con un gradevole apologo che, almeno per me, è di origine ignota, e con una poetica citazione.
         “ Da giovane, quand’ero un rivoluzionario pregavo dicendo: Signore, dammi la forza di cambiare il mondo. Raggiunta la mezza età, e vedendo che il mondo non era cambiato, dicevo: Signore, dammi a forza di cambiare il mio villaggio. Ora che sono anziano dico semplicemente: Signore, fammi almeno la grazia di cambiare me stesso”.
         Questa è la preghiera che potremmo formulare, alla luce di quanto abbiamo detto e della densa riflessione del poeta inglese John Donne: “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana. Suona anche per te”.

Grazie per il paziente ascolto.
                                     
                                                                  peri.vittorio@gmail.com






Ama la terra come te stesso - Assisi - trascrizione dell'intervento di Elisabetta Forni - sociologa (non rivista dall'autore)


Nel ringraziare gli organizzatori di questo incontro,  
mi sento anche obbligata a scusarmi per l'approccio che ho inteso dare al mio contributo, mi rendo conto che è forse troppo pretenzioso e complesso per essere affrontato nel tempo che mi è stato assegnato, ma al tempo stesso non ho voluto rinunciare a questa sfida, di mettere sul tavolo e mettere a disposizione di chi è qui (di chi si è impegnato a realizzare questa cosa e chi ad essere presente ascoltando) la possibilità di riflettere su quelli che sono un po' gli strumenti del mio mestiere, perché penso che sia molto importante non fermarsi, non essere soltanto a testimoniare delle cose ma essere anche ad aumentare, ogni volta che ci si incontra, un po' la complessità della tematica e però anche gli strumenti per poterli analizzare con gli occhiali che ognuno è in grado di mettere. Io sono sociologa urbana dell'ambiente, affrontare una questione come questa che è stata posta anche dalla Laudato Si' e da tutti gli scienziati che nel corso di questi anni hanno studiato il tema in questione, mi sembra che sia una questione ineludibile, perché tocca anche aspetti cruciali delle nostre società - a livello globale, perché ormai è chiaro che la questione si pone a livello globale. 
Ecco, la prima considerazione che mi viene da porvi è proprio l'importanza di cogliere le connessioni, cioè il fatto che tutto è connesso, e anche nella Laudato si' questo concetto di Casa Comune credo che esprima molto bene proprio il senso della connessione.  Una connessione che è messa in luce anche da scienziati. Per esempio Stefano Mancuso, questo famoso neurobiologo vegetale, che ha scritto testi di fama internazionale, che lo sottolinea. E allora cogliere a livello ecosistemico la connessione tra i vari mondi, quello vegetale, quello minerale e quello animale (di cui anche noi facciamo parte, come specie homo sapiens) è un elemento fondamentale, perché soltanto così possiamo riuscire a sviluppare un pensiero critico che è fondamentale per poter agire. Fintanto che non abbiamo le idee chiare, criticamente su cosa sta succedendo, difficilmente possiamo fare delle scelte adeguate, appropriate, che vanno almeno nella direzione giusta. 
Tanto per sottolineare questa connessione, sempre Mancuso fa notare, parlando di migrazioni umane (che è un tema molto centrale e molto pertinente anche rispetto al discorso della crisi globale) come quando si parla di migranti “per capire il senso delle migrazioni bisognerebbe studiare le piante (lui è uno studioso di piante), per capire che si tratta di fenomeni inarrestabili. La storia delle piante è una storia di migrazioni possibili, di spostamenti continui, dovuto a spostamenti continui. Le piante si spostano sempre - attraverso i semi, i fiori - ed è un processo inarrestabile Alla stessa maniera le migrazioni umane sono un processo inarrestabile oltre che fondamentale per la sopravvivenza del sistema-mondo. Ecco in questo senso cogliere anche queste connessioni è cruciale.”

Quando si fa un'analisi della situazione attuale si parte sicuramente da molto lontano, cioè gli studiosi (soprattutto gli scienziati naturali) hanno introdotto già da alcuni anni il concetto di "antropocene" per esprimere il senso di un'era, tra quelle terrestri, dominata dall'homo sapiens. Da quando è comparso sulla terra l'homo sapiens, ha prodotto sulla terra delle trasformazioni che sono così significative e così legate proprio all'azione umana da giustificare la definizione di antropocene per dare un'idea di cos'è successo sulla terra da quando l'uomo è esistito. Il fatto è che questa presenza umana sulla terra ha trasformato in modo significativo e anche molto pesante l'ambiente, il pianeta Gaia, al punto tale da provocare negli ultimi secoli un'accelerazione vertiginosa e tragica i cui effetti stiamo vedendo, e che in questo precipitare provocherà degli effetti enormi non più nei prossimi secoli, ma nei prossimi decenni, come ci dicono gli scienziati. 
Ecco al fine dell'analisi che sto cercando di condividere con voi, vorrei concentrarmi su questi ultimi secoli. Questi ultimi secoli che, sempre di nuovo gli studiosi, hanno definito nell'ambito dell'antropocene, capitalocene. Che cos'è? E' l'epoca, il tempo, nel quale l'economia capitalistica ha avuto il sopravvento sui modi di produzione precedenti. Il modo di produzione tipico dell'economia capitalistica il modo di produzione industriale, e il meccanismo prodotto all'interno di questo approccio è un meccanismo che non vede più la produzione di beni come funzionale al soddisfacimento dei bisogni umani, ma vede la produzione di merci come lo strumento attraverso il quale produrre più valore, ossia più denaro. Allora all'interno di questo contesto poi si sono andate sviluppando anche espressione che rendono conto della complessità di questo fenomeno. Si parla di geocapitalismo, di capitalismo globale, di finanzcapitalismo, anche di narcocapitalismo, sono tutti modi per approfondire le specificità di questo processo, di questo meccanismo, ma la questione di fondo è che questo modo di produzione ha la caratteristica di ridurre sempre di più la variabile tempo appiattendola sull'immediato. Cioè, la logica del profitto capitalistico è una logica che non può, per sua intrinseca logica caratteristica natura, proiettarsi troppo in là nel futuro. Il raggiungimento della massimo profitto nel minor tempo possibile è l'obiettivo. Per realizzare questo c'è sicuramente bisogno di attingere al capitale naturale, cioè quella che Marx chiamava la fertilità naturale della terra, e questo continua ad esserci, ad esistere anzi in maniera sempre più massiccia, nella logica che questo capitale naturale è un materiale inesauribile, mentre gli scienziati ci hanno dimostrato - dopo il più sistematico, dagli anni “70 quando il Cub di Roma ha commissionato la famosa ricerca all'MIT sui limiti della crescita - che non è affatto vero che questo capitale è inesauribile.
Una società che è cresciuta, dagli albori della rivoluzione industriale, sulla disponibilità illimitata di materiale fossile, è una società che non è stata assolutamente in grado di porre dei limiti al proprio meccanismo di crescita, là dove invece i limiti ci sono. I limiti della crescita ci sono, e stanno nel fatto che le risorse sono esauribili, che stiamo vivendo al di sopra delle nostre risorse naturali, che l'utilizzo delle materie fossili produce un'effetti di stravolgimento climatico, che porteranno al collasso del pianeta eccetera eccetera, sono tutte cose che voi sapete bene e su cui non mi soffermo. quello che mi interessa sottolineare però di tutto questo è che la componente fondamentale di questo processo è duplice. Da un lato lo sfruttamento del capitale naturale, l'altro è lo sfruttamento del lavoro umano. E' attraverso il lavoro umano che si produce valore. Però in questo sta la contraddizione fondamentale del sistema capitalistico, perché nella logica della competizione tra imprese, che è un'altra caratteristica fondamentale del sistema capitalistico, è stato necessario in contesto occidentale (dove si è sviluppato il sistema industriale) di sostituire il lavoro umano con la tecnologia, perché era l'unica condizione per mantenere profitti ad un livello tale per giustificare l'operazione di estrazione del valore, ma in questa maniera si è determinato quello che nell'analisi marxiana è chiamata la caduta tendenziale del saggio del profitto, ossia se come capitalista io punto al massimo del profitto, devo cercare di contrarre quello che, nella logica della sopravvivenza della forza lavoro, do al lavoratore in cambio del suo lavoro. In questa sottrazione produco, come effetto, la riduzione del potere di acquisto dei lavoratori, o addirittura il licenziamento dei lavoratori, la perdita del lavoro perché sostituisco il lavoro con le macchine, che realizzano maggiore profitto. E con questo però produco un effetto che va contro l'interesse del capitale, e cioè riduco il numero di potenziali consumatori, che sono quelli che comprano le merci che io produco, e che produco soltanto in funzione della realizzazione del profitto.
E la ragione per cui si è andata creando questo sistema di capitalismo globale non solo a fine estrattivi delle materie prime, ma anche a fini di delocalizzazione dei sistemi produttivi industriali ma meno automatizzati, in quei paesi del mondo dove la manodopera costa poco, mantenendo invece in occidente le imprese a più alta intensità di capitale, quindi con maggiore tecnologia.  Questo lo dico anche perché è molto importante e molto utile capire questo meccanismo quando andiamo ad analizzare la ragione per cui in occidente uno dei pochi settori produttivi che sono rimasti, a parte le città nelle quali si concentra la finanzia, in cui si concentra i saperi più elevati, più qualificati che producono idee che vengono poi applicate ai sistemi di estrazione di valore, quello che in occidente sopravvive non a caso sono le  Grandi Opere.
Le Grandi Opere sono quelle nelle quali si può ottenere la maggiore estrazione di valore con tecnologie ad alta intensità e appunto di capitale.
La talpa che scava i buchi in Val Susa è una macchina sofisticatissima, che sostituisce il lavoro che una volta, per scavare un tunnel, veniva fatto da squadre immense di minatori. il risultato è che il profitto resta nelle mani di pochi, nonostante ci venga detto che tutto questo serve per produrre lavoro; in realtà serve per produrre valore per pochi.  Detto questo vorrei ancora sottolineare una cosa che mi sembra molto importante. Questa crisi del capitalismo è una crisi irreversibile perché, come dire, è proprio un sistema che contiene dentro di sé i germi della propria distruzione. Questo l'hanno capito in tanti, l'hanno capito forse anche gli stessi capitalisti, ma questo non fa che renderli più rabbiosi, più avidi, perché sanno che devono comunque sfruttare tutto quello che possono nel minor tempo possibile. Dunque non è certo perché non sanno, non è il negazionismo da ignoranza, è un negazionismo da avidità, come dire. Sì certo, stiamo segando il ramo su cui siamo tutti seduti, però intanto noi qualcosa ci guadagniamo, e poi tanto cosa possiamo fare?  In tutto questo - è chiaro che c'è la parte di chi non ha in mano le leve del potere, il controllo dell'economia un'esigenza fondamentale di sopravvivenza. Cioè, le grandi massi popolari, sia in occidente che nel così detto terzo mondo, sono di fronte a una necessità altrettanto immediata, perché comunque bisogna riuscire a mangiare qualcosa per arrivare a sera. E questa condizione di progressiva deprivazione materiale, è chiaro che toglie anche molte risorse alle persone, per ragionare e per poter guardare al di là della giornata alla fine della quale deve riuscire ad arrivare con la pancia piena. Ed è molto difficile per le persone anche riuscire ad immaginarsi al di fuori di una logica del lavoro. Gli stessi sindacati che cosa fanno, tendenzialmente? Lottano per il lavoro, ma anche perché ci siano sempre più persone con un lavoro salariato, laddove il lavoro salariato è proprio per definizione, per logica capitalista, un lavoro che è creato apposta per estrarre valore, che arricchisce chi è proprietario dei mezzi di produzione. Dunque la strada alla quale dobbiamo puntare per uscire da questa crisi che comunque ci sarà è quella di riuscire a cominciare a pensare ad un'alternativa al lavoro, inteso come lavoro salariato, perché è questo il concetto.  Lavoro significa lavoro salariato, così come economia non è diverso da economia capitalistica. E come uscire da questo?
Ecco guardando a quelle realtà in giro per il mondo dove si sta tentando di creare un sistema alternativo che è fatto di attività umane non basate sull'estrazione di valore; attività umane basate sul soddisfacimento dei veri bisogni, non dei bisogni fittizi creati da un sistema consumistico che è esattamente teso allo scopo di arricchire qualcuno creando tra l'altro spreco di risorse, un'accumulazione spaventosa dei rifiuti e così via. Ci sono realtà che stanno cercando di muoversi in questo quadro, ma naturalmente restano moltissimi problemi da affrontare, perché ormai viviamo in una connessione tale per cui è molto difficile rinunciare a certe cose, è difficile riuscire anche soltanto a liberarsi da certi condizionamenti nei nostri consumi, nel nostro stile di vita, per quanto ci si possa sforzare di fare questo lavoro di immaginazione. Però credo a questo che bisogna continuare a puntare, mettendo insieme tutte le forze che consapevolmente possono andare in questa direzione.
In questo vedo come estremamente positivo quello che sta succedendo in Val di Susa, perché è a mio avviso un esempio di una società che si è progressivamente emancipata da una dimensione soltanto locale e personale, di soluzione di un problema. E' una società che si è autoformata. E' una specie di esempio dell'università della strada, di università popolare, nella quale tutti i cittadini, tutte le persone che vivono lì si sono ad un certo punto interrogate su cosa stava succedendo, e non si sono limitate ad una risposta diciamo localistica, ma hanno voluto capire, e nel farlo hanno coinvolto sempre più persone scienziati, persone che venivano dal mondo delle religioni, della fede, cercando tutti i contributi possibili per poter esercitare un'azione di informazione e di convincimento. 

Credo che nel fare quest'operazione si siano trovate a fronteggiare in una maniera diciamo straordinaria la complessità di un sistema che punta su tre aspetti e su tre modalità di violenza.  Ci tengo a sottolineare questo perché siccome uno dei tentativi che vengono messi in atto da parte di chi vuole il tav (o che in questo vuole simbolicamente e accanitamente questo modello di sviluppo appunto capitalistico e basato sul profitto) lo fa nello spirito di criminalizzare invece chi è contrario. Questa criminalizzazione c'è un esercizio di violenza che è altrettanto forte come la violenza che in realtà viene inflitta, come tutte le popolazioni sulle quali con l'uso del proprio potere si vuole produrre un'effetto che è negativo per quella popolazione. C'è uno studioso norvegese che si chiama Johan Galtung, che è uno dei più grossi studiosi della pace, della risoluzione non violenza dei conflitti, che ha analizzato come la violenza, per capirne i meccanismi, vada divisa in tre sue forme fondamentali.
La più ovvia è la violenza diretta, di chi esercita fisicamente un'azione su un'altra persona, sia uno che accoltella un altro, la polizia che prende a manganellate una persone o un gruppo di manifestanti, ma la violenza diretta è uno degli strumenti che spesso vengono messi in atto da chi usa una violenza strutturale.
Cos'è? La violenza di chi ha in mano il controllo, o vuole mantenere i controllo dell'economia, delle fonti di sopravvivenza di una popolazione su un'altra. E avendo in mano questo strumenti li esercita anche sottraendo alle altre persone le risorse fondamentali per vivere, o vivere degnamente.  Molto spesso, o comunque nelle società più "evolute", c'è uno strumento che viene utilizzato per mantenere lo status quo, e cioè per continuare ad esercitare la violenza strutturale, ed è la violenza culturale.
Ecco io credo che nel caso della Valsusa, come in molti altri esempi di lotte popolari non violente, la violenza culturale prende la forma della fabbrica della menzogna (c'è un bellissimo libro di Vladimiro Giacchè che spiega bene come con l'uso soprattutto dei media, che sono pagati e condizionati, sono addirittura nelle mani proprietarie degli stessi imprenditori che fanno profitti con le  Grandi Opere o altre attività di questo genere - ecco la violenza culturale si esercita nell'offuscare la verità, nel manipolarla, nel presentarla in una maniera stravolta,

Ecco, entriamo nello specifico del NoTav - nel presentare il movimento no tav come una banda di montagnini che vorrebbero la decrescita perché stanno bene con le capre su per i pascoli, e ci lascino allora in pace, ci lasciano crescere il Pil e restino in montagna a occuparsi di quello; è la violenza culturale di chi trasforma la questione del no tav in una questione complessiva, discriminante tra chi vuole continuare a star bene e chi vuole andare indietro. Tutto questo avviene con una strumentazione enorme, da collezioni dello stesso Osservatorio, il repertorio che è messo in gioco e ancora è messo in gioco dai media perché questo funzioni... e devo dire, hanno alzato anche molto il tiro ultimamente. Abbiamo assistito ad un intensificarsi di questa battaglia con gli strumenti della violenza culturale, con le manifestazioni in piazza dei si tav, proprio uno schieramento di forze proprio a livello industriale, imprenditoriale, che non si era tanto visto in passato. Cosa vuol dire questo? Sono consapevoli del fatto che c'è in gioco veramente qualcosa di grosso; cioè, l'accanimento che i si tav stanno mettendo in questo loro sforzo, è un'accanimento che è un po' la misura della criticità del momento. Il tentativo di raccogliere anche intorno a sè quei consensi di quegli strati della popolazione che continuano a illudersi che questo modello di sviluppo capitalistico possa continuare, ma che sono sempre più penalizzati, i ceti medi. Io sono convinta che ci sia un grosso tentativo di garantirsi il consenso di quegli strati della popolazione che fino adesso hanno continuato più o meno a sopravvivere nonostante la crisi (Torino ad esempio continua a esserci crisi economica); questi ceti medi fatti anche di professionisti, architetti, tecnici, che non trovano più lavoro, non sanno più cosa fare... se questi non si tengono a bada con l’illusione che grazie ai lavori del tav che ripartono, è chiaro che la situazione precipita, quindi c'è questo sforzo enorme. E credo invece che da chi è consapevole della situazione, ci voglia uno sforzo enorme, congiunto, per comunicare le cose come stanno, e credo che questa occasione sia molto importante perché, pochi o tanti che siamo, fa uscire la questione fuori dai confini della Valsusa, della regione (che sappiamo come è amministrata e che posizione ha rispetto all'opera) e soprattutto tenti un congiungimento con il mondo che ruota attorno alla Laudato si' - che non so quanto grande sia, io non faccio parte del mondo cattolico e non ho idea veramente di quanta mobilitazione sia possibile realizzare attraverso le parrocchie, attraverso tutti i gruppi cattolici - però ritengo che sia fondamentale fare questa operazione più in fretta possibile e creare delle reti (ieri è intervenuto un collega che parlava della necessità per esempio di allargare la rete dell'informazione sul movimento NoTriv ecc - su questo lavoro di espropriazione e di sottrazione di risorse vitale alle comunità alla sua intera terra) Ecco, io credo sia l'ora di fare questo. Io credo che il movimento no tav, perché è il più antico, è quello che ha maturato pi consapevolezze, più capacità, proprio grazie alla sua intergenerazionalità, abbia da svolgere questo ruolo anche a livello nazionale, e mi auguro veramente che da questo momento si apra un nuovo scenario di coinvolgimento e di vicinanza tra mondi che condividono tutti questa visione, non di rapina ma di trasformazione del mondo in un modello che molti di noi chiamiamo “buen vivir” per indicare un approccio diametralmente opposto alla vita. 

 DOMANDA Molte riflessioni che ha fatto le ho fatte anche io facendo un'altra strada. Io non vengo dal mondo marxista, vengo dal mondo della non violenza, ma le conclusioni a cui sono arrivato nel guardare alle Grandi Opere è assolutamente convergente con questa analisi che hai fatto. L'unica cosa che c'è di diverso è che mentre i profitti delle imprese sono fatti vendendo merci quindi sono fatti di un mercato, le  Grandi Opere inutili non sono un prodotto venduto a qualcuno, sono un prodotto al di fuori del mercato; mi sembra che qui ci sia un passo ulteriore: qui è solamente l'ente pubblico, nel caso del tav è lo stato, ma nel caso piccolo possono essere regioni, comuni, è sempre la collettività che paga, che garantisce quelli che io non so se si possono più chiamare profitti perché sono semplicemente rendita.  Io ho l'impressione a volte che il sistema economico si stia involvendo in una maniera a quello che era l'ancient regime, prima della rivoluzione francese quando i nobili erano ad oziare a Versailles e il popolo pagava per i loro inutili passatempi. Mi sembra si stia andando in una nuova forma dove ci sono tutte le dinamiche di uno sfruttamento forte, ma c'è anche questo aspetto che non so poi come diventerà; sicuramente un'aspetto che messo in evidenza molto bene, ovvero che queste Grandi Opere non garantiscono lavoro. Per me è stato un colpo, io facevo ferroviere, ho fatto attività sindacali, io sono rimasto negativamente impressionato quando ho visto il 15 marzo scorso quando ho visto uno sciopero dei sindacati confederali insieme alla confindustria. Ora, non perché non ci possano essere momenti anche di convergenza di interesse, ma qua non c'è convergenza d'interessi, una cosa che ci tengo a ribadire anche io è che veramente scavare buchi nelle montagne necessità di macchinari molto sofisticati; a Firenze ci siamo documentati; scavare con una fresa necessità di una squadra di 14/15 persone, che poi spesso vengono ridotte mettendo i lavorati in situazioni di scarsa sicurezza, ecco sono posti di lavoro irrisori. La gravità del momento, e questa credo che sia una cosa che dovremmo dire, è che qui in Italia si sta urlando che se non si fa un buco in Val di Susa si ferma l'Italia... e questa è violenza culturale. E purtroppo le persone che sono attaccate alla tv che non hanno opportunità di confronto non sanno. 

 RISPOSTA  Non dimentichiamo che oggi si dice spesso che la situazione è critica perché il capitale finanziario ha preso il sopravvento sul capitale industriale, ma in realtà molti studiosi (e condivido questa analisi, se volete vi invio testi a sostegno di questo) affermano che non è vero; è vero che il capitale finanziario ha preso molto spazio, ma l'ha preso in funzione di allungare il sistema capitalistico, non è che l'abbia sostituito. Non è che con un'industria così finanziata avremmo risolto il problema, è un passaggio nella storia del sistema capitalistico. E' comunque vero che se è così, l'estrazione di valore avviene su un numero sempre minore di lavori, resta il fatto che se non si produce qualcosa va tutto a rotoli: il capitalismo finanziario da solo non starebbe su se non ci fosse dietro qualcuno che comunque estrae qualcosa dal capitale naturale ed estrae qualcosa dal lavoro. Ma, detto questo, poi vediamo anche come nella storia del capitalismo si è tentato di ovviare a questo. le famose politiche keynesiane, che sono quelle attuate dagli anni “20 negli stati uniti e poi in Europa nel secondo dopoguerra, per cui in un momento di crisi economica lo stato si fa promotore e finanziatore di progetti, di Grandi Opere (c'era una grande necessità di costruire e ricostruire infrastrutture, ma anche scuole, ospedali ecc). Lo stato come fa? Si fa prestare dei soldi, finanzia anche tutte le imprese che ci lavorano, crea lavoro, e rientra di questo denaro prestato attraverso il sistema delle tassazioni: siccome ci sono più persone che lavorano, pagano le tasse in maniera equa più che proporzionale al loro reddito, e con questo si rientra e rimette in modo il meccanismo. Il problema è che dagli anni 80 in avanti è cambiata la musica: il principio è stato: basta Stato, sì mercato. Basta stato cosa vuol dire tradotto in soldoni? Meno tasse. Cosa sta cercando di proporre questo governo? La Flat Tax che è la riduzione al minimo possibile del sistema di tassazione, là dove un sistema keynesiano funziona soltanto se lo stato fa pagare poi molte tasse ai ricchi, in maniera che ora non esiste. E' un sistema che non ha storicamente possibilità di sostenersi. Un'altra criticità sta nel fatto (lo diceva Ponti): se dite che lo scavo di questa opera sia così redditizio e abbia così senso, perché non la fate finanziare dagli sceicchi arabi? Perché deve impegnarsi lo stato? Evidentemente perché non c'è nessun sceicco arabo abbastanza tonto che si offrirebbe. Lo stato fa da garante in una distribuzione ineguale della ricchezza: lo fa prelevando soldi da tutti, con le tasse, ma anche indebitando sempre di più ciascuno di noi, in un meccanismo perverso in cui siamo tutti che ci rimettiamo a vantaggio di pochi privati. 

Anche questa è una cosa aberrante però ormai sono gli ultimi colpi di coda di un capitale che non ha modo di sopravvivere.


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appunti dell'intervento e bibliografia

Elisabetta Forni, sociologa urbana dell'ambiente
Assisi 7 aprile 2019
  
1. Premessa
Tutto è connesso nella Terra, che è” la casa comune della vita”, come scrive Stefano Mancuso, neururobiologo vegetale di fama internazionale. E quello che possiamo e dobbiamo apprendere da questa connessione eco-sistemica tra il vegetale, il minerale e l' animale è che solo una visione complessa e complessiva ci può aiutare a sviluppare un pensiero critico sul mondo.  Ad esempio, è lo stesso Mancuso ad osservare  che “quando si parla di migranti, bisognerebbe studiare le piante per capire che si tratta di fenomeni inarrestabili” (L'incredibile viaggio delle piante, 2018).
Da qualche tempo si è andata affermando una analisi del rapporto tra la specie umana e il resto delle altre forme viventi sulla terra che è stato denominato 'antropocene' per sottolineare il ruolo dominante, predatorio e alla fine distruttivo che le società umane hanno progressivamente svolto dalla loro comparsa sul nostro pianeta, ma con un'accelerazione vertiginosa e tragica negli ultimi secoli.

2. Crisi irreversibile del paradigma capitalistico
Al fine dell'analisi che intendo abbozzare sarà dunque utile focalizzarci proprio su quest'ultima fase dell'antropocene, che viene sempre più spesso denominata 'capitalocene', ossia l'era del capitalismo, le cui caratteristiche sono così peculiari e dense di conseguenze da meritare una specifica denominazione. Gli studiosi tendono poi a distinguere e analizzare al suo interno diversi aspetti, tra loro connessi, quali il geo-capitalismo, il  capitalismo globale, il finanz-capitalismo, il narco-capitalismo, ecc.
Ancora oggi, anzi oggi più che mai, il punto di riferimento per la comprensione dei nessi tra energia e capitalismo e tra il capitalismo globale e la crisi ecologica-sociale  mondiale ci viene dalla possente mole di studi condotti da Marx e raccolti nell'opera il Capitale.
Ciò che sta emergendo dai contributi più recenti di studiosi soprattutto europei e statunitensi è che la crisi ecologica è il prodotto inevitabile del capitalismo, inteso come modo di produzione di valore(=danaro)  attraverso la produzione di merci. Condizione fondamentale di questo processo sarebbero  l'inesauribilità del capitale naturale (la  fertilità naturale, come la chiama Marx, dei terreni agricoli, delle miniere e dell'estrazione di energia fossile) e il lavoro umano dal quale estrarre valore nel processo di trasformazione del capitale naturale.Ma sappiamo bene dagli anni Settanta, quando il Club di Roma ha pubblicato il primo rapporto dell'MIT su 'I limiti della crescita', che il capitale naturale è sfruttato oltre le sue possibilità di rigenerazione e gli effetti dell'inquinamento prodotto dall'uso delle energie fossili producono cambiamenti climatici catastrofici destinati a porre fine all'antropocene. Il concetto di geo-capitalismo, ossia il capitalismo estrattivista,  sta dunque ad indicare  le differenti strategie che il capitale  mette in atto per fronteggiare la decrescente fertilità naturale del capitale (Padovan). Che il capitalismo globale  abbia comunque bisogno di continuare ad espropriare  terre coltivabili, minerali preziosi ed energia fossile sottraendoli alle popolazioni indigene per alimentare la catena del valore è fuori discussione (Bartolomei, Carminati,Tradardi). Basti pensare a quanto avviene in Amazzonia o in Africa, dove gli USA hanno appena 'comprato' in Congo 1 milione di ettari di terra. Il land grabbing per produrre bio-combustibli o lo sfruttamento delle miniere di coltan sono tutti nelle mani delle multinazionali del capitalismo globale. E non si creda che il vero problema che abbiamo oggi col capitalismo sia la sua finanziarizzazione, come se bastasse mettere sotto controllo quest'ultima per 'addolcire' le negatività di questo modo di produzione. Ce lo spiegano molto bene i filosofi tedeschi della Critica del valore (Kurtz, Jappe ecc)  : il finanz-capitalismo ha assunto il peso che ha assunto solo per compensare la contraddizione intrinseca al modo di produzione capitalistico stesso, ossia la legge della caduta tendenziale del saggio del profitto, e quindi per prolungare la vita di un sistema che altrimenti sarebbe già collassato.  Perchè di collasso si tratta: a) in Occidente la concorrenza spietata tra imprese e le lotte salariali hanno accelerato  l'automazione della produzione, resa necessaria dal calo della produttività e quindi dei profitti (unico vero obiettivo del modo di produzione capitalistico)  con perdite di occupazione irrecuperabili (calcolate tra il 10 e il 40%) : insomma da noi il capitalismo globale costringe a puntare su attività produttive ad alta intensità di capitale e bassa intensità di lavoro , e a  spostare la maggior parte delle attività industriali a più alta intensità di lavoro (ossia di occupazione) laddove nel mondo il costo del lavoro è più basso.  b)  nonostante lo sfruttamento estremo del capitale naturale attraverso il lavoro quasi schiavistico delle popolazioni indigene e attraverso acquisizioni a costi risibili di terre, miniere e petrolio/scisti bitminosi, ecc, ebbene nonostante questo, il capitale annaspa nel mantenere i margini di profitto che ne giustificano l'esistenza. E i danni all'ambiente provocano altre tragedie:  sempre più migrazioni epocali prodotte dai cambiamenti climatici si verificano e si verificheranno (Piguet, Pecoud e De Guchteneire).

3. Conflitti sociali e loro trasformazione
La fabbrica non è più in Occidente la fucina della lotta di classe per la semplice ragione che la classe operaia è stata semi-liquidata col ricatto dei licenziamenti e della disoccupazione  e si è ridotta numericamente in modo significativo.
 Tanti più lavoratori impoveriti e scartati dal meccanismo del profitto e dell'automazione, tanti meno consumatori di merci prodotte, con conseguenti crisi di sovraproduzione e ricerca di nuove 'orbite' produttive che però non compensano quelle andate in crisi; ma le merci sono prodotte  al solo scopo di estrarre valore dal lavoro di  chi le produce e dunque cresce l' accanimento delle imprese globali nell'ottenere il massimo valore nel minor tempo possibile e laddove è più facile disporre di manodopera mansueta, non conflittuale e controllata da regimi autoritari e anti-democratici, come nel Sud Est asiatico e in Cina.
Pur sapendo che sta segando il ramo sul quale siamo tutti seduti, il meccanismo nel suo insieme non si può fermare.  Questo spiega la ferocia e la cecità con la quale il capitale globale oggi  sta conducendo l'antropocene verso la sua fine. Ma Gaia sopravviverà alla fine dell'homo sapiens, che sapiens dimostra di non essere ….
Di questa  battaglia  fa parte l'apparato di manipolazione e condizionamento delle coscienze di cui necessita la violenza strutturale del capitale: lo fa attraverso la cosiddetta violenza culturale (Galtung) con la quale chi si appropria, con la forza e col potere di cui dispone, delle risorse necessarie al soddisfacimento dei bisogni fondamentali degli altri esseri umani creando disuguaglianze e gravi squilibri sociali, riesce ad offuscare, mascherare, drogare, manipolare la realtà di questa violenza strutturale presentandola come 'il male minore' o addirittura negando che sia una forma di violenza, fino a ribaltare la prospettiva per criminalizzare la povertà stessa e ovviamente il dissenso di chi si oppone e tenta di reagire (de Sutter; Giacché; Citton).

4. L'esperienza NoTav per la rinascita di un nuovo paradigma ecosistemico
 La nuova linea ferroviaria in Val Susa e il movimento NoTav come emblematico esempio: di grandi opere (ossia ad alta intensità di capitale anziché di lavoro), di spostamento dei conflitti sociali dalla fabbrica al territorio, di crescita di una coscienza ecologista per un paradigma alternativo, di sperimentazione di forme di solidarietà e di 'buen vivir' inedite, di reazione non violenta alla violenza strutturale e culturale del capitale (Forni).
Il momento attuale appare come molto critico : offensiva pesantissima di tutte le forze sociali neoliberiste per mettere nell'angolo il movimento noTAV mettendolo nell'angolo con la critica dell'analisi costi-benefici ((Wu Ming 1).. Necessità di riaprire ai movimenti ecologisti e pacifisti nazionali e internazionali, al coinvolgimento di importanti componenti del mondo cattolico legato all'Enciclica Laudato si'.

Bibliografia

Bartolomei E., Carminati D., Tradardi A., Esclusi. La globalizzazione neoliberista del colonialismo di insediamento, Derive Approdi, 2017,

Citton Y. (prefazione di E Wu Ming 1) , Mitocrazia, Storytelling e immaginario di sinistra, Edizioni Alegre, 2013,

de Sutter L, Narcocapitalismo. La vita nell'era dell'anestesia, Ombre Corte , 2018,


Galtung J., Cultural Violence, in “Journal of Peace Research”, 27,(3), 1990,

Giacché V, La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, Derive Approdi , 2008,

Mancuso S.,  L'incredibile viaggio delle piante, Ed Laterza, 2018,

Jappe A., Contro il denaro, Mimesis, 2013,

Kurtz R., Ragione sanguinaria, Mimesis, 2014,

Padovan D., Energy, Work and Value. The Crisis of the Capitalism/nature nexus, in Culture della Sostenibilità, anno XI, n.21/2018,

Padovan D., Social Morals and Ethics of Nature: from Peter Kropotkin to Murray Bookchin , in Democracy & Nature,THE INTERNATIONAL JOURNAL OF INCLUSIVE DEMOCRACY Vol. 5, No. 3 (November 1999),

Piguet, Pecoud e De Guchteneire (eds), Migration and climate change, Cambridge University Press, 2011,

Wu Ming 1, intervento alll'incontro del 31 marzo 2019 a Torino, cinema Massimo su 'LA FABBRICA DEL CONSENSO- Realtà/reality, vero/falso nella rappresentazione mediatica del TAV'.





Ama la terra come te stesso - Assisi - trascrizione dell'intervento di fra Beppe Giunti (non rivista dall'autore)







Ama la terra come te stesso - Assisi - trascrizione dell'intervento di Gianna De Masi, direttivo del Controsservatorio Valsusa (non rivista dall'autore)


Il percorso di aggressione ambientale al pianeta è elemento di discordia e conflitto che allontana la convivenza civile e pacifica là dove pace non va intesa solo come pura assenza di guerra.
Vorrei tentare di porre in evidenza le interconnessioni tra la questione ambientale e almeno  4 macroambiti: la questione sociale, i motivi di conflitto, il debito ecologico, la migrazione
Grammenos Mastrojeni, diplomatico italiano anticipatore negli anni novanta dell’incompreso legame fra tutela dell’ambiente, coesione umana, pace e sicurezza, con un azzeccato gioco di parole sintetizza questo legame:
Dall'effetto serra all'effetto guerra: Perché i cambiamenti climatici acuiscono il divario fra ricchi e poveri e anche perché sono più intensi proprio lì dove ecosistemi fragili si sovrappongono società fragili.
La quasi completa sovrapponibilità tra questione sociale e questione ambientale costituisce una chiave di lettura della nostra società e del modello sulla base del quale si è sviluppata e intende continuare a svilupparsi; un modello di società disegnato sulle esigenze dei più forti, di coloro che stanno meglio ricacciando e lasciando indietro i più deboli, ipotizzando di poter portare avanti all’infinito il debito ecologico che tutti abbiamo nei confronti della terra e di quello che come paesi ricchi abbiamo nei confronti dei paesi poveri.
Mentre nel nostro territorio stesso si consolidano le differenze, e perfino nella stesa città si disegnano distanze siderali in merito alla qualità e alla durata della vita tra abitanti delle zone “bene” e le periferie:lo studio di Giuseppe Costa, epidemiologo dell’università di Torino, attesta un divario di quasi 4 anni di aspettativa di vita tra gli abitanti di un’area collinare e quelli di un’area periferica. Due zone collegate da una linea tranviaria lungo la quale ad ogni fermata, dal centro verso la periferia, “scendono” per così dire 5 mesi di aspettativa di vita,
Il che va a confermare appunto la quasi completa sovrapponibilità tra questione sociale e questione ambientale, tema che purtroppo è a lungo sfuggito alle maglie di certo ambientalismo italiano, specie quello incardinato nei meccanismi della politica, che è rifuggito da battaglie sociali fondamentali autolimitandosi in una più rassicurante dimensione “esclusivamente” ambientale. Ma nella questione ambientale non vi è nulla di esclusivo, tutto è intrecciato e interdipendente.
Come dimostra la resistenza del popolo no tav: si tratta di una resistenza con obiettivi universali sebbene inserita e radicata  in uno specifico territorio.
Apro qui una riflessione pescando a piene mani in quanto ci ha detto Tomaso Montanari nell’incontro organizzato a Torino, occasione in cui ha sottolineato come la Valsusa sia esemplare in tema di comunità in relazione al territorio; relazione che è esplicitata nella Costituzione. Ci ha ricordato come Florestano De Fausto, unico architetto deputato alla Costituente, avesse sottolineato che non padroni siamo, ma depositari e consegnatari responsabili del territorio. Il che costituisce un’idea diametralmente opposta ai concetti fondamentali sottesi alle Grandi Opere. “Padroni in casa propria”  è stato lo slogan sia della  legge obiettivo sia dello ”sblocca Italia” di Renzi.
Essere padroni significa poter disporre del territorio ed è idea opposta a quella di custodia del territorio o, come dice il Papa dal punto di vista cristiano, “del Creato”.
Altra sovrapponibilità è quella tra questione ambientale e quadro dei conflitti che si può grossolanamente articolare in 3 filoni da ricondurre poi alla cornice comune delle spese militari
Ne cito due, che stanno contendendo al petrolio il primato nelle motivazioni scatenanti per i conflitti
              1)Terra: land grabbing         2)acqua                                  
                                                                                             

LAND GRABBING

Marco Ciampo in “Pianeta Guerra”, un testo del 2002 ma purtroppo ancora attuale,
ci fa notare come non tutta la terra sia abitabile, perché la terra utile alla vita è poca. Bastava più o meno bene, prima dell’esplosione demografica avvenuta dalla metà del XX secolo. Ma il colossale mutamento del clima ha prodotto scarsità d’acqua e l’avanzamento delle zone desertiche
Se si osserva la carta del mondo cercando le aree di crisi, la fame di terra corrisponde alla fame vera e propria e le zone di queste crisi coincidono anche con quelle della violenza, dello sfruttamento e sovente delle dittature (ibidem)

88 milioni di ettari di terra fertile nel mondo in 18 anni sono stati accaparrati da Stati, gruppi e aziende multinazionali, società finanziarie e immobiliari internazionali. Questo fenomeno si chiama: Land Grabbing.
Il dato è tratto dal primo rapporto annuale “I padroni della Terra”, redatto da FOCSIV, in collaborazione con Coldiretti, che affronta la questione su chi siano, in generale, i  soggetti che stanno acquisendo sempre più terre coltivabili sul nostro Pianeta e chi ne abbia il controllo, diventando di fatto i veri padroni della Terra. Presupposto dell’intero Rapporto è la consapevolezza che la terra, soprattutto quella fertile e l’acqua salubre, sono risorse limitate che si stanno esaurendo, in un mercato globale che tutto fagocita. La prima edizione è dedicata al fenomeno del land grabbing e alle sue ripercussioni in termini di conflitti, espulsioni, migrazioni, depauperamento dell’ambiente e la scomparsa delle biodiversità.
Non abbiamo qui il tempo di analizzare a fondo il rapporto ma vi vi invito a consultarlo sul sito di Focsiv



ACQUA
Nel prossimo decennio, secondo numerosi rapporti delle più autorevoli Organizzazioni Internazionali e dei centri di ricerca, la causa più probabile dello scoppio di un conflitto tra Stati sarà il controllo dell’acqua
Come attestava già nel 2014 la rivista italiana di intelligence Gnosis, che fa capo all’agenzia nazionale per la sicurezza, in un articolo sulla geopolitica dell’acqua e gli equilibri internazionali, i cambiamenti ambientali nel corso dei prossimi decenni potrebbero modificare significativamente la geografia umana e, di conseguenza, la geopolitica. Le ondate migratorie avrebbero in questo caso riflessi sulla sicurezza, aumentando indirettamente i rischi di conflitti violenti sotto forma di guerra civile, violenza inter-gruppo e proteste violente, esacerbando i driver più noti di questi conflitti, come la povertà e la crisi economica
E’ già ben presente l’allarme per la minaccia di una migrazione planetaria massiccia dovuta alla penuria d’acqua, che potrebbe arrivare ad interessare un miliardo di persone nel prossimo ventennio.

MIGRANTI
E veniamo dunque a questo ulteriore tema così interconnesso con la questione ambientale e strumentalmente trattato specie dall’attuale governo come questione di sicurezza

La II° edizione del dossier pubblicato dall’Associazione A Sud e dal Centro Documentazione Conflitti Ambientali pone bene in evidenza la dimensione paradossale di questa spesso sottaciuta interconnessione. E da questo dossier traggo le considerazioni che seguono


Crisi ambientali e migrazioni sono entrambe, in questa epoca storica, tematiche di grande rilevanza.
Ma, a parte aver innalzato all’onore delle prime pagine la questione dei cambiamenti climatici a fronte della recente manifestazione mondiale, abitualmente alle crisi ambientali si dedicano pagine di cronaca in occasione di eventi calamitosi in seguito ai quali tutti si affrettano a denunciare la fragilità del territorio, salvo poi tornare, per così dire, all’ordinaria amministrazione
Dallʼaltro lato, ai migranti è invece riservato un posto di rilievo nelle preoccupazioni della classe politica e nelle narrazioni giornalistiche, con un approccio miope e criminalizzante e vincolato al. “rischio percepito” dalla popolazione, creato ad arte dai partiti nazionalisti che ormai ovunque fanno incetta di voti giocando sulla paura. Sforziamoci di ragionare sulle cause delle ondate migratorie della nostra epoca. Guerre, certo. Povertà economica. Ma alla base della necessità di abbandonare le proprie terre ci sono sempre più spesso il degrado dellʼambiente e la distruzione delle economie locali dovuti allʼestrazione delle risorse, alla contaminazione, agli effetti devastanti del riscaldamento globale. E spesso sono proprio i Paesi di arrivo che negano con le proprie politiche di accoglienza i diritti dei migranti ad essere sede di grandi imprese coinvolte in progetti estrattivi, produttivi o infrastrutturali che contribuiscono alla distruzione dei territori da cui la popolazione è forzata a fuggire: questa osservazione ci riporta al concetto di quel debito ecologico tanto spesso ignorato e mai “conteggiato” da chi pone avanti a tutto la questione della spesa. Una spesa per altro che, al contrario di quella per gli armamenti, decresce.
Si fa un gran parlare di sicurezza, un termine ricorrente con una assillante ripetitività quotidiana che fabbrica consenso e apre le porte a provvedimenti incivili e preoccupanti come il decreto sicurezza e la legge sulla legittime difesa, che a sua volta fa da prerequisito a una maggior diffusione delle armi. E, come ebbe a scrivere già molti anni fa Furio Colombo come corrispondente dagli Stati Uniti, nazione maestra in tema di facile accessibilità e di diffusione di armi tra i privati cittadini : Chi ha un’arma prima o poi la usa.
Si disegna dunque un quadro diametralmente opposto al rafforzamento della sicurezza ma se mai ispirato a un senso diffuso di paura e insicurezza.


DEBITO ECOLOGICO
Lo squilibrio nord/sud ha ovviamente diritto di cittadinanza anche tra i motivi di conflitto, ma merita qui qualche riflessione, sebbene rapida e necessariamente superficiale, sotto la lente specifica del debito ecologico. In buona sostanza la domanda di fondo è Chi deve a chi?
A quanto ammonta il debito contratto dai paesi industrializzati verso gli altri paesi a causa dello sfruttamento passato e presente delle risorse naturali, a causa dei danni ambientali provocati, a causa del libero utilizzo dello spazio globale per depositare rifiuti, spesso illegalmente e lungi da ogni correttezza nello smaltimento, e ancora a causa delle deforestazioni, delle estrazioni, dell’estinzione di specie viventi, ecc?
Come non vedere l’ennesima stretta interconnessione tra questione ambientale e migrazione come abbiamo avuto modo di sottolineare poc’anzi

SPESE MILITARI
E in questo quadro di esigenze  legate alla tutela ambientale, alla riduzione del divario nella qualità della vita, all’incremento dell’accessibilità ai diritti umani, come ad esempio l’accessibilità all’acqua, la risposta dei governi è quella che attesta l’Istituto Internazionale di Stoccolma per le Ricerche sulla Pace (Sipri): e cioè  la crescita della spesa mondiale per gli armamenti.
E l’Italia non è estranea a questa tendenza
25 miliardi di euro nel 2018 (1,4% del PIL), un aumento del 4% rispetto al 2017 che rafforza la tendenza di crescita avviata dal governo Renzi (+8,6 % rispetto al 2015) e che riprende la dinamica incrementale delle ultime tre legislature (+25,8% dal 2006) precedente la crisi del 2008.
La fonte è Milex, osservatorio sulle spese militari italiane.
E preoccupano anche le spese per così dire nascoste, visto che il Ministero per lo sviluppo Economico concorre alla spesa militare avendo imputato al proprio bilancio  3,5 miliardi per contribuire all’acquisto di nuovi armamenti; voce in crescita nelle ultime tre legislature.

CONCLUSIONI
Chiudo tornando alla Valsusa per tentare di ricongiungere considerazioni relative a una dimensione planetaria alla realtà quotidiana di resistenza con l’intento di dimostrare come i meccanismi di interconnessione che ho cercato di esporre possano essere declinati anche su scale spaziali diverse.
I temi che ho toccato, certamente a volo d’uccello, riguardano questioni di giustizia e di democrazia di cui spesso, in diverse realtà del pianeta, si fanno carico i movimenti, dal basso, diffondendo informazione, consapevolezza e partecipazione. Che è esattamente ciò che succede in Valsusa e nei suoi presidi. Ricordo che il Controsservatorio che qui rappresento è parte integrante di questa pratica dal basso che si è manifestata anche nella realizzazione della sessione del Tribunale Permanente dei Popoli
Il movimento no tav ha in sé questa specificità: si tratta non solo di una lotta contro un treno, per altro inutile e devastante, ma l’azione per un modello di società in cui pace e ambiente vivano e respirino
E’ un movimento che si oppone a che una valle venga trasformata in un corridoio di passaggio delle merci, perché nei corridoi, che per altro la nuova architettura ha da tempo superato, non si vive, non ci si incontra, non si socializza: al massimo ci si appende il cappotto o si lascia l’ombrello grondante.
E’ doveroso chiedersi se nelle esternalità vengano mai conteggiati i danni alle relazioni, i danni sociali derivati dalla militarizzazione della valle
La pace vive nel mondo dei diritti e dell’accoglienza: ci si occupa con pervicacia e tramite un’informazione di parte e fraudolenta della libera circolazione delle merci, ma con altrettanta pervicacia e fraudolenza si innalzano muri reali o ideali che siano per fermare gli uomini
Ho cercato in conclusione di evidenziare come le interconnessioni che ho tratteggiato stiano tutte sotto il grande concetto in base al quale declinare la parola pace intesa non, o almeno non solo, come pura assenza di guerra bensì anche come espressione di una dimensione che possiamo definire “ecologica”: un’ecologia delle relazioni, dell’ambiente, dell’economia, dei diritti e della democrazia in nome di una spiritualità che va al di là delle scelte di fede.
Chiudo con la citazione della facola del colibrì che viene spesso citata dal premio nobel Wangari Maathai. 






Ama la terra come te stesso - Assisi - trascrizione dell'intervento di Enrico Gagliano (non rivista dall'autore)

Abbiamo tre interventi, il primo è quello Enrico, che è venuto da Giulianova. 



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E con molto piacere che sono qui, essendoci incrociati con No Tav in diverse tappe di un percorso che ci ha portato poi il 23 marzo a manifestare per il clima e contro le grandi opere a roma. E nel mentre che siamo qui, nell'aula 1 della facoltà della Sapienza, c'è in qualche modo un gruppo non allargato di attivisti che ragionano su cosa fare dopo, cioè perché nessuno immaginava, e ha mai pensato, che la manifestazione di Roma, che è avvenuta dopo quella del 15 di Friday for future, fosse un punto d'arrivo: ma neanche un punto di partenza: un punto di transito, ma come tutte le fasi anche questo momento così bello - uso proprio parola non a caso, oggi, qui.

Intanto ringrazio gli organizzatori per questa opportunità che ci viene data, per questo incontro tra noi, che spero possa portare a future iniziative. Non vi nascondo che ero venuto qui avendo buttato giù una scaletta di temi condivisi all'interno del coordinamento, che è una associazione che esiste dal 2013, e che si è fatto, come dire, promotore prima dei referendum (sei quesiti referenziali, e poi diventato uno soltanto sulle trivelle) però, l'intervento di chi mi ha preceduto, che ho trovato assolutamente toccante, perché andava probabilmente al cuore della questione di noi essere umani, senza utilizzare generi, in qualche modo mi induce a mantenere quella scaletta ma a rivisitarla, perché il titolo dell'intervento che mi ero in qualche modo segnato, sempre complicatissimo (che in realtà non lo è; appartiene più alle vostre corde che alle mie, di laico credente un po' raffreddato, con molti dubbi) è il necessario passaggio di una conversione sul piano spirituale, individuale, etico eccetera eccetera, a quella che viene definita (se ne parlava prima) una conversione del sistema economico, conversione ecologica, presuppone appunto che si faccia una scelta radicale, innanzitutto sul piano delle scelte individuali, ma ancora più di ciò che sta a monte delle scelte; è quindi chiaro che occorra una svolta radicale, che può venirci soltanto da quel senso di fiducia, di grazia, di positività che come persone che vivono e animano questo mondo abbiamo evidentemente smarrito.
Quindi se devo indicare probabilmente una causa, rifacendomi a chi mi ha preceduto, probabilmente il nervo scoperto è proprio lì, e se non agiamo su quel piano sarà difficile che possiamo attuare un cambiamento sul piano dei comportamenti individuali, nelle pratiche. O meglio, possiamo anche sperimentarle ma dureranno per il breve volgere di un anno, dopo di che scompariranno; non sedimenteranno, quindi non daranno nulla, non ci daranno nulla in termini di risultati permanenti e duraturi, nè tanto meno saremo in grado di fare l'altro salto.

Io ipotizzavo insieme agli amici, compagni del coordinamento, che un primo passo fosse questo, sul piano individuale (io mi spingo a dire appunto anche sul piano spirituale): abbiamo bisogno di liberarci da una schiavitù, che è la schiavitù delle cose, che è una schiavitù che ha colonizzato il nostro immaginario, dovremmo partire proprio da lì (è il primo passo),

Per poi passare all'altro passo, che forse è ancora più impegnativo, che ci induce di andare al di là della dimensione dell'io, che è quello degli altri, che è quello di accettare il confronto con gli altri, di riconoscere le differenze, di saperle valorizzare, di capire che noi ci definiamo soltanto in relazione a qualcun altro, e questo è invece a quanto pare è la moda oggi per altro è tutt'altro, è quello di voler ridurre l'altro, o addirittura annientarle, a farne qualcosa a nostra immagine e somiglianza; anzi annientarlo proprio. A non riconoscere dignità all'altro. Questo significa anche essere disposti a incontrare gli altri, andare incontro alla vita, un percorso di crescita interiore, ad aprirci ed entrare in relazione con gli altri. Questo passaggio dall'io al noi (parlo anche della realtà di movimento, non ho difficoltà a farlo, perché poi si sconta che sul piano del dialogo fra le diverse realtà e associazioni, oltre che sul piano interpersonale, noi questo salto ancora non l'abbiamo fatto, stiamo cercando di farlo, di darci una forma intanto di relazione, poi vedremo se sarà una forma organizzata o meno - questa è la grande scommessa che ci attende per il futuro) Dobbiamo in buona sostanza uscire da quello che oggi è questa sorta di arroccamento che ciascuno ha in una dimensione assolutamente privata, che sembra essere, che si cela di un vestito che è fatto di arroganza, di violenza, di supponenza, di saccenza, e che è in realtà sintomo di debolezza, di egoismo, che è motivo d'ansia e depressione, paura e pessimismo, su cui poi qualcuno soffia sopra per cavalcare le paure, mentre noi avremmo bisogno esattamente del contrario, di riscoprire quel senso di fiducia di positività che la vita ci offre, perché nessuno di noi ha il diritto di essere felici, però la vita in sè è qualcosa che merita di essere vissuto.

Terzo passo. Una volta che ci siamo incontrati con l'altro e abbiamo riconosciuto che forse per noi è motivo di definizione di quello che noi siamo, e che forse qualcosa assieme possiamo fare, condividendole, è quello di trovare un metodo per stare tutti assieme. E da questo punto di vista, anche qui, credo che ci sia un ritardo, ci sia molto da fare, perché senza metodi (mi rifaccio a quelle che possono essere determinate pratiche all'interno del nostro movimento) si rischia di disincentivare la partecipazione, perché ciascuno di noi ha necessità di sentirsi protagonista di un percorso che ci riguarda tutti, e c'è necessità che questo percorso veda la maturazione di tutti, non dico in eguale misura, che tutti quanti convergiamo verso lo stesso obiettivo. Ciascuno di noi è esperto in tutto - cioè noi siamo esperti NO TRIV, qualcun altro in mobilità, qualcun altro in materia d'energia, inceneritori, di lavoro, economia, e chi più ne ha più ne metta - ma un percorso collettivo ancora lo dobbiamo elaborare, e questa è sicuramente la sfida più impegnativa che ci attende. Purtroppo non abbiamo molto tempo. Mentre un tempo si poteva parlare di lavori di semina, di coltivare le coscienze, di informare, di divulgare... bene, tutte cose assolutamente utili, ma non abbiamo una prospettiva di medio periodo, questo ce lo ha detto il PANEL dell'ONU, ce lo dicono gli scienziati, la comunità internazionale... abbiamo 10 anni, probabilmente, per evitare quella che ormai è, a detta di tutti (99% degli scienziati), una possibile catastrofe. E di uno stress climatico nel quale le specie viventi non sono abituate. Oggi resistiamo a concentrazioni di CO2 in atmosfera pari a quelle in cui c'erano i dinosauri, ma noi i dinosauri non li abbiamo mai incontrati. Quindi non abbiamo molto tempo, e dobbiamo necessariamente agire; dobbiamo farlo su una scala locale, e dobbiamo farlo su una cala globale. Perché noi possiamo anche vincere una singola vertenza, possiamo anche vincere una singola battaglia, con molta difficoltà; avremo sicuramente poi enormi difficoltà a conservare quel risultato (noi che ci siamo occupati del referendum su trivelle, per esempio laddove dove siamo riusciti con dovute pressioni sul governo Renzi a reintrodurre un istituto importante, che è quello dell'intesa Stato-Regioni in senso forte, poi ci siamo accorti 8/9 mesi dopo che alla chetichella in qualche modo quella che era stata una norma inserita nella finanziaria 2015 era di colpo sparita, infilata con un comma all'interna di un disegno di riforma più ampio e riguardava la semplificazioni e l'abolizione del corpo forestale dello stato eccetera eccetera). Ma se anche noi dovessimo riuscire a raggiungere un risultato (e mi auguro che con TAV, ISMET e con altre grandi opere impattanti questo si raggiunga) noi abbiamo un grosso problema che va al di là, è ovvio, dei nostri confini nazionali: abbiamo la dimensione transnazionale di questi temi. Lo stress climatico comunque è qualcosa che va ad avere un impatto globale e che va soprattutto a ampliare quello che è la forbice esistente tra i tanti Nord e i tanti Sud di questo mondo.
Non possiamo egoisticamente pensare di risolvere le cose riversando esternalità negative, e quindi tutti i costi in termini umani, di vite, sociali, economici, ambientali, su comunità che sono più deboli. Noi siamo debitori fortemente nei confronti dei paesi che versano in questo momento in situazioni di grande difficoltà, e dobbiamo fare anche un altro tipo di sforzo, che tende in qualche modo a colmare questi divari, ma che tende anche a ricostruire quel patto fra le generazioni che è saltato: un tempo per la cultura contadina voleva che se il contadino avesse piantato un albero oggi, lo avrebbe fatto per il nipote o per il figlio. Questo tipo di approccio (che è un po' un approccio alla vita) è saltato completamente. Sarà anche che forse nei paesi occidentali più industrializzati si è alzata enormemente l'età media per cui normalmente società di questo tipo improntano politiche più improntata alla conservazione che a scelte su lungo periodo, che abbiano anche rispetto per i diritti delle generazioni future. Sarà anche così, però, ecco, questo determina il tema della preservazione dei diritti di chi già oggi e su questo pianeta (parlo dei più giovani) è un tema ampiamente sottovalutato.

I ragazzi del 15 marzo questo l'hanno capito. L'avranno capito anche in modo epidermico, il loro grado di elaborazione sarà forse ancora allo stato embrionale, probabilmente quest'onda arriva come riflesso di una maturazione che si è compiuta più nel nord Europa che nel nostro paese, ma i giovani del 15 marzo, ragazze e ragazzi, hanno dimostrato intanto di aver preso coscienza di un problema che abbiamo oggi che non è nel futuro, e quegli stessi ragazzi il 23 erano accanto agli adulti per manifestare per il clima, e quindi per un cambio, come si suol dire, di paradigma, per un sistema che oggi è violento e devastante.


 Salto tutta una serie di altre considerazioni e vengo al dunque, perché noi siamo arrivati (parlo di NO TRIV) con una grande aspettativa rispetto all'incontro di oggi (con questo non intendo, come dire, mettere un carico di ansia -abbiamo provato ansia sinora), però questo è un luogo molto speciale, essendo questa la terra di Francesco, è molto particolare... noi chiediamo ("chiedete e vi sarà dato", noi ci proviamo) a tutte le Chiese qui presenti e non presenti, quello di accompagnare questo percorso che i movimenti stanno cercando di fare, e di accompagnarlo lungo i territori che in questi anni hanno in Italia particolarmente patito gli effetti di questo modello, di questo sistema economico, mettendo a rischio, e facendo precipitare nel caos intere aree del paese; parto da sud per citare Gela poi mi sposto più a Nord e arrivo a Crotone, poi andiamo un po' più a Nord e arriviamo in Puglia, e via via andando verso nord lungo lo stivale troveremo crisi, dove la crisi sociale e ambientale si accompagnano, anzi abbiamo sentito prima che sono praticamente la stessa cosa, sebbene diciamo la seconda sia ricompresa nell'ottica della prima. Vuole essere questa una sorta di restituzione morale per i danni, per le violenze subite da quei territori, che hanno pagato un forte tributo in termini di vita, e continuano a pagarlo giorno per giorno (non sto qui a citare i vari casi perché sono abbastanza noti) e pensare a un tour (chiamiamolo tour che fa pensare più ad un giro turistico, pensate invece ad una carovana) in queste aree e e eventualmente concludersi qui fra un anno per fare il bilancio di questa esperienza fatta insieme, di conoscenza delle singole realtà territoriali.

Proprio qui ad Assisi, perché Assisi è un luogo speciale, perché qui si svolge la marcia per la pace, perché questa è la terra di Francesco, perché qui i vari credo religiosi, laici, credenti e non credenti, si sentono accolti, come ha detto il sindaco.
Su un piano più transnazionale, planetario, noi immaginiamo -- stiamo gettando proprio il cuore oltre l'ostacolo -- proprio perché la sfida ci viene da un sistema che non conosce confini, cioè, i confini esistono solo per i migranti ma non esistono per gli idrocarburi, non esistono per i capitali... esistono per i diritti, non esistono per altro. Pensiamo che in qualche modo un'azione congiunta su base transnazionale in qualche modo vada tentata, per cui se pensiamo di dare dobbiamo pensare al mondo intero.
Allora, è possibile, partendo da qualcosa che già esiste, creare comunque una comune base conoscitiva? Ne parlavo a Roma con Eugenio, non ero a conoscenza che esiste una sorta di mappatura dei conflitti sociali e ambientali esistenti nelle varie aree del mondo. Non credo siano tutti censiti quei conflitti, però avere una comune base informativa, su cui tutti possiamo confrontarci, potrebbe essere importante; sapere le aree di maggiore criticità. È possibile darci tutto il tempo necessario che le varie realtà qui presenti, anche non presenti, del mondo cattolico ma non solo cattolico, possano pensare ad un osservatorio, a un blog, uno strumento di comunicazione che sia però efficace, che si possa creare una rete mondiale solidale per la giustizia climatica e per la riconversione ecologica? Forse è chiedere troppo, me ne rendo conto, ma se non lo facciamo qui, ad Assisi, immagino che non avremo il modo di poterlo fare in nessun altro posto del mondo, probabilmente.

Mi fermo semplicemente qui, anche perché mi sembra superfluo dire altro che non sia già stato detto o che comunque ho ritrovato in quello che avevo scritto. Quindi bellissimo questo momento di incontro, di riscoperta, di grande empatia, l'aver scoperto che abbiamo molte cose in comune... da parte nostra è un invito a venir fuori con qualcosa che può essere questo tour italiano (che va preparato ovviamente; nessuno vuole dire come sarà articolato, gli aspetti organizzativi), e poi su scala più ampia, se possibile appunto usare quello strumento che già esiste, mappare i conflitti ambientali se possibile fra le varie Chiese e le nostre associazioni di volontariato, poter fare delle azioni comuni, perché abbiamo bisogno di esercitare una pressione comune sui potenti della terra. Noi possiamo, ripeto, pensare a livello nazionale di poter eventualmente incardinare le politiche nazionali, rispetto al raggiungimento del target - per esempio - climatici, per quanto blandi, presenti in COP21 piuttosto che nella Road map dell'unione europea. Però è chiaro che se vengono ratificati e approvati dei trattati commerciali di libero scambio, in cui quei target vengono di fatto sconfessati, cioè non esistono, per cui deve prevalere la logica del libero scambio su tutto il resto, sulle persone, e su rispetto della vita sul pianeta, è ovvio che noi delle singole battaglie nazionali non ci faremo più niente, perché attraverso i sistemi degli arbitrati nazionali tutto ciò che avremo costruito nel frattempo sarà smantellato, quindi proprio in virtù di questo io chiedo che avremmo necessità di una rete di protezione solidale per la giustizia climatica, per la riconversione, che agisca in ambito transnazionale planetario.

Io vi ringrazio per la vostra pazienza. Il nostro onore più grande è poterci rivedere e poi poter lavorare insieme su queste cose. 




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